Una stella meravigliosa ci ha salutato: da oggi il sorriso di Hawking risplenderà dal cosmo.

Il firmamento della scienza è fatto di stelle brillanti, meravigliose, le cui idee hanno dato forma alla cosmologia che ha ispirato i grandi della storia.

Coloro che, a loro volta, hanno lasciato un segno indelebile per le nuove generazioni.

Una stella in particolare, fra quelle che brillano più di altre, merita di essere ricordata in occasione della sua partenza avvenuta durante le prime ore dell’alba nella sua casa di Cambridge: Stephen J. Hawking aveva 76 anni. Ha salutato per l’ultima volta la Terra, nella città in cui ha dedicato gli anni migliori del proprio lavoro. La stessa che ora avrà dato inizio ai preparativi per ricordare al meglio l’uomo, lo scienziato, il cosmologo, il divulgatore scientifico, il padre  e nonno di famiglia dalla delicata e preziosa sensibilità.
Il ricordo che muove i figli, Lucy, Robert e Timothy nati dal primo matrimonio con Jane Wilde, la ragazza che si innamorò della sua sincera follia nel lontano 1965. Attratta dall’unica persona capace di condurla verso l’infinito.

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Stephen Hawking. Credit: WIRED; photographer Marco Grob

Loro tre, questa mattina, mettendo per un momento da parte le lacrime non hanno mancato il dovere di “raccontare” il padre di questo ultimo periodo, partendo dagli inizi del suo fragoroso percorso, puntuali nel rispondere alle domande di giornalisti venuti a Cambridge da tutto il mondo.

Lucy, la loro unica figlia,  ha appena ricordato – visibilmente emozionata – quanto il primo uomo del suo cuore fosse stato:

un grande scienziato, un uomo straordinario il cui lavoro ed eredità rimarrà per sempre imperitura. Il suo coraggio, la sua perseveranza, la sua mente brillante e il suo caldo umorismo hanno ispirato persone in tutto il mondo.

Si commuove, facendo finta di nulla. Ma sembra quasi che lui stia ancora lì, vicino a lei e alle persone che ha amato di più, desideroso di voler ricordare di nuovo, sia ai giornalisti che ai figli, una frase significativa capace di imprimere la sua forza nei quattro angoli della sala:

L’ Universo non sarebbe tale, se non fosse la casa delle persone che ami. Ci mancherà per sempre.

Hawking aveva un intelletto così sagace da esser stato scelto, più di una volta, come simbolo delle potenzialità della mente umana. La ragione è molto semplice, ma forse è solo quella che a noi appare più diretta, immediata, chiara: la malattia del motoneurone diagnosticatagli nel 1963, all’età di 21 anni.

A quel tempo la ricerca e la conoscenza del morbo di Gehring (la sua patologia, che forse avrete già sentito anche come SLA: sclerosi laterale amiotrofica) non era avanzata come lo è oggi, anche grazie ai continui investimenti – pubblici e privati – sulla ricerca di base spinta a migliorare la conoscenza e la cura di rare malattie neuro-degenerative.

I medici erano stati chiari con la giovane Jane che – testarda come il marito – diventerà poi sua moglie: le sue aspettative erano di due anni di vita; più o meno.

Solo che, spesso e volentieri, il caso a volte riserva alle persone delle sorprese inattese: la malattia aveva scelto di prendersela con calma, avanzando in maniera lenta nel suo giovane corpo, mansueta e controllabile da specifici medicinali e numerose cure cadenziate. Tanto da permettere alla moglie, che lo curò e che continuò a stargli vicino, di riempire i calendari di casa con appuntamenti medici e fisioterapici, alternati ai convegni, ai seminari e alle scampagnate con i figli nella frizzante campagna inglese per oltre mezzo secolo.

Hawking era un uomo che oltre ad aver raggiunto una carriera invidiabile, era riuscito a capire una cosa fondamentale per chi avesse voluto provare a dare uno scopo importante alla propria vita, anche se questa manteneva i segni indelebili di un problema, una malattia debilitante o una disabilità con cui dover imparare a convivere.

Aveva imparato a guardare al di là delle nuvole, per godersi ogni attimo della giornata che aveva (ancora) la fortuna di vivere.

Nel suo caso, la spinta, il balzo necessario per guardare da vicino la bellezza intorno a lui riguardava la completa comprensione dell’Universo: il perché di come si fosse formato era la prima tappa del percorso di ricerca a cui voleva rispondere in maniera soddisfacente; seguendo le linee guida del suo senso critico e del dovere.

Il 1970 si rivela un anno importante: Stephen Hawking e Roger Penrose applicano la matematica dei buchi neri a quanto conosciuto fino a quel momento sull’Universo. Scoprono che una regione dalla curvatura infinita, la singolarità, posta fra i meandri dello spazio-tempo doveva aver generato l’evento che – per noi – fu davvero l’inizio: il Big Bang.

Hawking, a detta del collega e amico Penrose, aveva un carattere molto particolare. Certo… come ogni scienziato, oserei aggiungere, ma nel suo caso c’era qualcosa in più ad alimentare la determinazione, il coraggio, la dedizione e l’acuta testardaggine che fra un impegno e l’altro aveva imparato a controllare.

Nel 1974, fu proprio lui a fare una scoperta importante: i buchi neri, prima di sancire per sempre la loro fine avrebbero emesso una massiva fonte di calore, per poi scomparire. Ovviamente la regola non valeva per tutti: quelli di dimensioni molto estese – o normali – preferivano prendersela con filosofia, preferendo un lento ma continuo rilascio di calore, contrariamente da quelli più concentrati che amanti dello spettacolo e dell’energia preferivano organizzare una sobria esplosione di un milione di bombe all’idrogeno di un megatone.
Solo che come spesso accade per le novità, così come per le nuove interpretazioni dei fenomeni di fisica generalmente accettati dal panorama scientifico, chi dice qualcosa di diverso deve sopravvivere al tiro con l’arco delle critiche provenienti dai suoi esponenti.

Comunque, a scanso di equivoci e parziali interpretazioni, ricordatevi che il positivo e il negativo nella scienza sono due facce della stessa medaglia: il movimento di elettroni che va dal catodo all’anodo.

Ok, ok…lasciando da parte questa battuta che tanto (lo dico rassegnata!) farà ridere solo me, Hawking sosteneva che, nel caso in cui un buco nero evaporasse, tutte quelle informazioni che avevano deciso di essere custodite al suo interno, nel luogo che definì l’orizzonte degli eventi, si sarebbero perse per sempre nel momento in cui la sua espansione avrebbe deciso di premere il pulsante di avvio.
Questa proposta, come ben sapete, era in netto contrasto con le leggi alla base della meccanica quantistica.

Alcuni dei suoi studenti, come Marika Taylor, oggi titolare della cattedra di fisica teorica all’Università di Southampton, amavano essere in sua compagnia anche dopo le lezioni di rito nel loro percorso accademico. La ragione era molto semplice: il loro professore, nonostante tutto, era dotato di un umorismo vibrante e capace di stimolare la curiosità delle giovani menti che gli stavano accanto. Sguardi attenti che, anche in una piacevole serata al pub, amavano ascoltarlo parlare di fisica in compagnia di ottima birra.

La Taylor ricorda ancora il momento in cui il suo mentore, nel tentativo di spiegare a lei e ai colleghi di corso, l’inversione a U sul paradosso informativo, urlò nel suo sintetizzatore vocale come stesse preparando ad uscire dalla porta, simulando con il suo corpo quanto detto a livello teorico in quel fantastico pub. Sorrido nel momento in cui immagino le teste lì presenti girarsi, quasi all’unisono, nel momento in cui Hawking, conscio di quanto avesse appena fatto, e intento a ripristinare un volume accettabile per il suo sintonizzatore vocale ammise, con un sorriso consapevole:

Sto uscendo. Ma devo ammettere che (forse) la perdita di informazioni non si verifica.

Un uomo diverso quindi: scienziato fuori dal comune; giovanissimo membro (a soli 32 anni) eletto nel comitato della famosa Royal Society; futuro professore di matematica all’Università di Cambridge. Hawking era tutto questo, e forse anche qualcosina di più per coloro che ne hanno seguito la carriera e i contributi per la fisica e la meccanica quantistica.

Fu anche un importante divulgatore scientifico. Sfido chiunque a non aver incrociato con la coda dell’occhio, anche solo in un effimero scarto temporale di un pomeriggio in libreria (o biblioteca), la sua Breve storia del Tempo.

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Un’opera che ha segnato intere generazioni di appassionati di astrofisica e cosmologia, arrivando fino all’attenzione di coloro che hanno contribuito a renderla per ben duecentotrentasette settimane un bestseller senza precedenti.

Un’opera che è stata mandata in stampa ben dieci milioni di volte, e che vanta una traduzione in una quarantina lingue diverse. Quindi, per favore, non cedete alla solita tentazione di sminuire la cosa, o quantomeno il suo talento nell’aver reso un ottimo esempio di buona divulgazione scientifica!

 

Fate i bravi; mi raccomando:-) Così se ora vi state chiedendo perché avesse una voce, come dire, meccanica, ho anche più piacere nel raccontarvene il motivo.

Nel 1985, durante una visita al Cern, il centro di ricerca internazionale in cui (e con cui) migliaia di scienziati lavorano per dare risposte alle domande fondamentali che riguardano la vita (chi siamo, da dove veniamo e che ne sappiamo dell’Universo) Hawking contrasse un’infezione importante, tale da farlo ricoverare con estrema urgenza. La sua Jane arrivò a poche ore dal ricovero,e non passò molto per convincere i medici svizzeri a trasferirlo d’urgenza all’ospedale Addenbrooke di Cambridge; suo punto di riferimento e luogo in cui era in cura dal primo giorno della diagnosi.  Hawking riuscì a scamparla, ma se la vide veramente brutta. Da quel momento imparò a usare, ancora meglio, la propria perseveranza per comunicare in maniera efficace il lavoro di ricerca che lo aveva impressionato sin dai primi anni di dottorato.
Mettiamo in chiaro una cosa però. Hawking, non vantava un premio Nobel, ma in Cosmologia era una figura imponente nonché amante delle scommesse con i colleghi. Non fu grazie a queste comunque che riuscì ad avere, niente poco di meno che, l’Albert Einstein Award, il Wolf Prize, la Copley Medal e il Fundamental Physics Prize.

La sua vita è stata oggetto di importanti biografie e documentari. Un contributo cinematografico in particolare, The theory of Everything, ne ha offerto un’interpretazione (a mio parere) magistrale grazie al lavoro di Eddie Redmayne. Come potete notare, la somiglianza dell’attore con il giovane Hawking è impressionante; chissà che non gli porti fortuna.

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La locandina di The theory of Everything, uscito nelle sale inglesi il 7 novembre 2014.

Credo che Hawking amasse, oltre alle grandi sfide poste oggi dalla fisica, ogni tipo di canale capace di poter comunicare al grande pubblico la sua bellezza. Tanto da prestare la propria immagine in una puntata dei Simpson, e nella celebre scena di Star Trek: The Next Generation, in cui gioca a carte con Einstein e Newton.

Si pronunciò anche sulla figura di Sheldon Cooper, noto personaggio della serie tv The Big Bang Theory che amava guardare nel poco tempo libero a disposizione, dicendo che, sebbene il suo IQ superasse di molto il suo interesse per il prossimo, faceva schifo tanto quanto un buco nero..

Humor inglese, cari miei: tagliente e raffinato. Iniziate ad abituarvi alla cosa 🙂

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Stephen Hawking con gli attori di The Big Bang Theory. Credit: Instagram

 

Hawking fu anche attivo in temi di politica e di teologia, solo che per questi temi si dovrebbero dedicare molte più ore per approfondirne la natura e la sua capacità di non tirarsi mai indietro le proprie idee. Coerente e puntuale anche in termini di un argomento che per molti è, e rimarrà, un tabù: la morte. Le sue sono parole potenti:

Non ho paura della morte, ma non ho fretta di morire. Prima che arrivi il mio momento, ho ancora molto da fare.

Coerente, appunto, fino alla fine.

Che, lungi dall’esser tale, diventa oggi un giorno importante da comunicare a tutti coloro che ci stanno a cuore e che vogliamo sostenere nel varcare traguardi importanti. In primis, c’è la volontà di sognare in grande, come non ha mai mancato di continuare a fare – anche per noi, e per me – il grande Stephen.

 

LH

 

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