In formazione

Quale è il modo in cui impariamo?

Potremmo dire che molti di noi sono in grado di fare dei semplici e diretti collegamenti fra idee e concetti teorici, e questo è uno degli aspetti di base di ciò che si intende di solito per apprendimento.

Occorre però menzionare un elemento che non è meno importante: la nostra naturale tendenza ad imparare subisce sempre una particolare influenza della cultura a cui apparteniamo. Giusto per essere precisi, se parlo di cultura non intendo dire ciò che avviene nel quotidiano e che definisce (a livello generale) la politica o la qualità della vita nel nostro Paese o in altre nazioni del mondo. Il riferimento è diretto alla particolare cultura educativa presente in un preciso contesto. Se andiamo in India, in Sud America o in Finlandia scopriremo subito che c’è una diversa concezione dell’apprendimento e di quella che è la sua specifica concezione metodologica. Il tessuto che definisce l’ambiente (inteso in senso di storia, cultura, modalità di vita proprie) in cui si cresce e ci si forma ha modo di sensibilizzarci al tipo di informazione e di apprendimento che ne deriva.

Di elementi che tentano di catturare la nostra attenzione, per esserne assorbiti ce ne sono fin troppi. Per fortuna solo alcuni riescono ad avere il pregio di avere una voce, la nostra, capace di delinearne quelli che ne sono i principi logici e semantici. Al di là di questa selezione linguistica, vale la pena di ricordare anche il ruolo dell’apprendimento esperienziale. Un concetto all’apparenza ampio e ancora poco approfondito a livello teorico, ma capace di permettere lo sviluppo di abilità fondamentali che riguardano la crescita della persona, quali senso critico, interesse a lungo termine, capacità di confronto e discussione fra pari. Punti affatto secondari rispetto al ragionamento e alla conoscenza derivata dalla teoria imparata sui libri di testo. Al terzo podio potremmo posizionare coloro che imparano seguendo gli altri. Portati a replicare fedelmente l’insieme dei comportamenti osservati e appresi dall’esterno (massa, società, gruppo), senza porsi il problema della loro correttezza o della loro possibile messa in discussione.

Venendo in contatto con semplici biografie di persone che hanno dimostrato – attraverso le proprie azioni pratiche – di aver maturato quella particolare abilità di sapersi mettere in gioco, iniziamo a sensibilizzare il nostro animo a ciò che per noi è maggiormente oggetto di curiosità e interesse. Così come accanto a questo apprendimento condizionato c’è anche chi impara a dare sempre più maggiore importanza alle relazioni che sono alla base di una determinata procedura (o magari di un concetto appartenente ad una particolare disciplina) servendosi delle opportunità che sono proprie del saper ‘fare’. Si seguono precise regole e tecniche che permettono così la produzione di un artefatto, inteso anche come un’opera scritta, capace di rispondere a determinate leggi e a regole in cui i meccanismi alla base della nostra opera diventano dei veri e propri protagonisti. Una storia nella storia.

rita levi

Mi rendo anche conto che spesso per le menti giovani che definiscono la media, trovare particolare la vita o le scoperte d’avanguardia di un particolare personaggio storico o di uno scienziato capace di aver dato prova di distinzione all’interno del contesto in cui è vissuto e da cui è stato comunque influenzato (nel bene e nel male) è sempre più difficile. Mi chiedo se è un problema di divulgazione e di stile con cui si affrontano questo tipo di argomento o se c’è altro alla base di tale comportamento. Anzi, per dirla meglio tranquilla ammissione di disinteresse. Le informazioni importanti riguardano le scoperte e le peculiarità che le riguardano, devono essere registrate e impacchettate a memoria, tanto poi una volta che sono servite all’obiettivo da raggiungere si può fare posto ad altro… Il motto qui potrebbe essere: ciò che serve ora, dopo sarà comunque considerato superfluo o poco significativo.

Eppure è curioso ragionare sul fatto che spesso grandi scoperte, opere letterarie studiate ancora oggi, idee che hanno aperto la strada a correnti di pensiero, si sono sviluppate anche a partire da tentativi audaci per epoche in cui la diversità veniva considerata follia. Pensiamo per un momento ai pensatori del passato che hanno dimostrato, a partire dalla semantica racchiusa nelle proprie opere, di essere audaci anche nel momento in cui il loro era un giudizio che oggi sappiamo esser stato dettato da un’ingenuità di fondo. I loro salti, decenni o secoli più tardi, possono sembrare delle stupidaggini, perché basai su preconcetti propri della loro epoca che oggi, ripeto, sappiamo essere infondati.  Ma questi ultimi possono ricevere questo appellativo proprio perché noi, col “seno di poi” , possediamo i mezzi per definirli tali.

Per dare un esempio concreto si pensi a quando nel diciassettesimo secolo si era ipotizzato che le onde luminose fossero simili a quelle sonore. La supposizione era che si trattasse di onde a compressione longitudinale trasportate da una sostanza elastica onnipervasiva come l’aria, ma più rarefatta. Nei primi tempi la percezione delle persone riguardo alla natura della luce fu contaminata, per così dire, dal mondo del suono. Eppure a quell’epoca sarebbe stato impossibile immaginare il comportamento della luce come un’onda trasversale capace di propagarsi attraverso il vuoto. Non si potevano anticipare le equazioni di Maxwell e la teoria della relatività speciale di Einstein, ingredienti indispensabili per comprendere la natura ondulatoria della luce.

Se si parte dalla storia dei pionieri del passato si potrà certamente rilevare che il loro metodo di lavoro partiva da un’attenta osservazione delle altre discipline e scienze avanzate, a partire da conoscenze consolidate e capace di aprire una prospettiva nuova. In un’epoca in in cui la strumentazione propria di ogni branca disciplinare faticava a organizzare dei dati puntuali, la tentazione di inserire assunzioni importate da altri domini, seppur scorretta, era un modo per cercare di portare avanti la ricerca.

Non sappiamo quale sia stato il loro livello di spirito critico e piena consapevolezza su quanto stessero facendo, organizzando le risorse a disposizione con l’intento coordinare in modo efficiente le sperimentazioni. Ci sono stati molti errori, e pochi fondamentali passi in avanti. Ma da lì si è partito avendo la quasi completa certezza di non inciampare.

Questo punto si può applicare al nostro modo di descrivere cosa definisce la formazione, al di là dell’ambito in cui la si inquadra. Si parte sempre da informazioni memorizzate, trattenute a forza nella nostra mente, e magari associate ad un contesto più generale su cui è necessario esercitare un costante spirito critico per aumentare (e mantenere) la consapevolezza di ciò che stiamo facendo. Il concetto può essere rappresentato inquadrando quelli che sono gli appigli su una parete dove un novello scalatore impara a esercitarsi. Deve partire sempre dal basso, avendo ben chiaro che la velocità di salita non può essere decisa prima di aver iniziato. Coordinarsi in modo efficiente e sicuro sugli appigli che si possono trovare su quella parete può dare molte soddisfazione. L’importante è partire con la mente giusta, e diventare sensibili, tali da accettare la virtù della pazienza.

Nel momento in cui lavoriamo e ci impegniamo a dare una direzione particolare alle decisioni e alle prospettive che riguardano il nostro lavoro e/o allo studio che vi è dietro, pensiamo mai alla natura delle nostre scelte o delle nostre azioni? Siamo capaci di chiarirne gli scopi, i punti interrogativi rimasti ancora aperti e le possibili correlazioni?  Dedichiamo sempre del tempo a capire ciò che non ci torna?

Questo tipo di ricerca è una parte fondamentale per l’individuo che impara a chiedersi il perché il proprio pensiero si orienti in quel determinato modo rispetto ad altri, e quali condizioni e idee particolari ne abbiano permesso il verificarsi.

Accettare questo “passaggio” all’interno del modello di apprendimento equivale a lasciare aperta la possibilità di sentirci a nostro agio nel mettere a setaccio i nostri schemi di ragionamento. Ciò che accade non è nient’altro che una migliore disposizione verso il contesto preso in esame. Imparare ad accettare e difendere in modo autoritario una posizione, una teoria, una scelta indica un cambiamento sostanziale nella crescita di ciascuno di noi. L’azione e l’interesse nel mettere a disposizione del contenuto nel panorama sociale si libera da una possibile coercizione ambientale esterna, diventando frutto della propria individualità.

Un’educazione capace di tenere conto anche di questo punto è certamente agevolata nel facilitare la comparsa di menti capaci di pensare in modo critico e coerente. Gli stessi che molto probabilmente saranno spinti a condividere i propri ragionamenti con la comunità di appartenenza grazie alla loro predisposizione al dialogo, all’ascolto e alla comprensione dell’alterità. Anche a partire da un maggiore interesse e sensibilità per quella che è la loro storia, unica nel suo genere, e preziosa proprio per questo.

 

LH

 

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