Profondità nascoste?

Superficiale e profondo: antinomi precursori di un senso di opposizione.

La superficie di un oggetto si mostra, è evidente. Per noi è la cosa più accessibile e rappresenta le caratteristiche dell’oggetto rese note al resto del mondo; ai nostri simili. Esempi di immediato riferimento possono essere la superficie della Terra, la struttura e la salute di un albero, di un corpo, del pelo del nostro animale domestico, delle piante in casa.

La superficie ci mostra la parte meno timida, speciale, tratteggiata e profonda delle cose. La pelle grezza nasconde i suoi substrati, dove intime connessioni complesse si orchestrano in continuazione.

Ad un livello linguistico più profondo l’opposizione continua a mantenere la sua forza.

Basta pensare al significato dell’espressione “restare sulla superficie” delle cose, capace di indicare il riferirsi e il limitarsi alle apparenze, a ciò che risulta ovvio; nell’immediato. In contrasto quindi con l’azione volontaria, più difficile, di andare incontro alle sue profondità, percorrendo trame complesse, pericolose e spesso fuorvianti per i nostri sensi che faticano ad avere il controllo verso il significato delle cose.

L’aggettivo superficiale, spesso usato per indicare qualcosa che si trova sulla parte esterna e d’immediato riferimento, assume anche un giudizio di valore negativo. Attribuire l’essere del superficiale a una persona, un libro, un film, un evento o un’idea scientifica implica – in modo chiaro e diretto – che si ha di fronte un qualcosa che è privo di spessore, sfumature, caratteristiche sostanziali degne di essere notate e capaci di risaltare agli occhi e all’attenzione per il loro essere – seriamente – elementi interessanti.

Credo che questa “cattiva reputazione” derivi proprio dalla carenza (o in alcuni casi assenza totale) di incisività capace di suscitare in noi una sorta di élan, un’intenzione, un particolare apprendimento, un andare oltre la materia grezza per intravederne il nucleo prezioso, delicato e profondo.

Ci sono però dei casi, molto rari, in cui è la stessa superficialità a condurre l’occhio attento a destreggiarsi fra indizi apparentemente lineari e omogenei. A trovare il dettaglio fra le numerose combinazioni equamente probabili che hanno lo scopo di celare l’essenza dell’artefatto o della persona che è nostro oggetto di interesse.

Altre volte la superficie ci guida, per percepire appieno una sensazione o per condurci ad un insieme di conoscenze che fanno parte della categoria osservata. La psicologa americana Eleanor Rosh afferma che le nostre categorie mentali racchiudono le correlazioni che usiamo giornalmente per conoscere il mondo, l’ambiente in cui viviamo, dove elementi comunemente osservati insieme diventano la regola da seguire e una costante di riferimento. Per esempio la proprietà di correre abitualmente è associata a quella di avere una buona dose di agilità, passione per lo sport, scatto e/o resistenza.

Le caratteristiche in superficie ci attivano. A partire da esse la nostra mente ve ne ricollega altre, concedendoci di seguire il filo di analogie note e illuminanti. I sensi reagiscono immediatamente alle istruzioni iscritte sulla superficie di ciò che abbiamo di fronte, e ci inducono a metterci in relazione con il mondo che ci circonda. La psicologa Mariam Bassok ha scritto molto a riguardo, sottolineando l’importanza di questa “struttura indotta” nel campo dell’apprendimento scolastico e dell’educazione.

Se ci parlano di una piuma, la visualizziamo bianca, leggera, morbida, neutra, non troppo lunga e magari fluttuante dall’alto verso il basso. Il caso che sia nera, rovinata, pungente sia nell’odore che nell’aspetto, calpestata, mimetizzata con l’asfalto e un contesto che l’ha privata della sua bellezza originaria è ben più raro. Se siamo invitati a casa di un amico e il nostro olfatto viene solleticato da un odore deciso e l’udito cullato da un lento ma costante rumore di sottofondo è probabile che in cucina si stia facendo dell’ottima frittura o dell’ottima carne alla griglia che la vista, e una maggiore esposizione alle due stimolazioni ci porterà a riconoscere con buona certezza, in attesa di un’ulteriore comprova sensoriale. Se siamo con un bambino che impara a conoscere il mondo che lo circonda nel suo primo anno di vita è molto probabile che lo assecondiamo nel gioco con oggetti rotondi, morbidi, leggeri e privi di sostanze o attributi in grado di arrecargli possibili danni. Di certo non assecondiamo la sua curiosità per oggetti spigolosi, pesanti e poco consigliabili per la sua età.

James Gibson, psicologo americano e uno dei massimi teorici della percezione visiva propone il concetto di affordance indicando la possibilità di azione evocata dalla mente di una persona che permette di percepire in modo preciso e immediato la funzione dell’offetto. Crescendo impariamo che la parte apicale della nostra moka domestica deve essere avvitata molto bene prima di metterla sui fornelli, il campanello di una casa deve essere suonato in un determinato modo se vogliamo farci aprire e non essere denunciati ai carabinieri, un libro va letto dalla prima all’ultima pagina per capirne il senso a meno che non siamo i protagonisti di un esperimento cognitivo di dubbia considerazione scientifica.

Se le affordance percettive sono coerenti con gli scopi per cui un manufatto viene progettato, questo ci sembrerà chiaro e semplice da usare indipendentemente da dove siamo e dalla cultura che definisce e permea l’ambiente con cui ci interfacciamo. Mi viene in mente la tendenza di molti designer ad associare la parola ‘trasparente’ ai loro prodotti finiti per indicarne la facilità e l’immediata comprensione delle sue funzioni. Perché superficie e profondità sono collegate, senza bisogno di esercitare un dubbio metodico a riguardo. Ciò che abbiamo di fronte non riserva sorprese e richiede un apprendimento lineare, rapido. Ulteriori valutazioni che potrebbero mostrarne una falsa autenticità non sono contemplate perché superflue per le funzioni che gli attribuiamo.

Pensandoci un attimo, anche gli stereotipi, sebbene siano ampiamente criticati, ci aiutano a concentrare l’attenzione su ciò che conta di più per la nostra sopravvivenza: orientare al meglio le risorse e il tempo dedicato alla nostra professione, gli affetti, le amicizie e definire l’appartenenza all’ambiente in cui ci muoviamo costruendo e raffinando la nostra personalità. Inizialmente – a riguardo – agiamo in modo poco consapevole e incapace di andare verso una reale e indicatrice profondità. Quindi, per certi versi, gli stereotipi sono anche utili. Se poi vogliamo aumentarne il grado, dobbiamo attendere, essere pazienti, maturare senza decidere a tavolino come vogliamo che le cose siano perché ci è utile – o ci fa piacere -attribuirgli quelle determinate caratteristiche.

Gli esperti e i veterani “vedono” cose che a noi sono ancora poco chiare, o addirittura trasparenti, irrilevanti al nostro sguardo. Per questo dobbiamo aspettare, desiderare e impegnarci – abitualmente – di essere padroni di vere e proprie competenze, strutturate, e guidate da esperienze capaci di aprire – in un momento – la porta della conoscenza.

 

LH

 

 

 

 

 

 

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