Chiodi mentali

Oggi possiamo finalmente dire che i nostri repertori concettuali sono molto più ricchi e articolati di quelli che si associano ad epoche passate. Se ne abbiamo voglia, e disponiamo del tempo necessario, possiamo avventuraci nella scoperta della storia che riguarda quelle menti brillanti che hanno avuto l’opportunità (guadagnandosela a dovere) di scandire i periodi illuminanti capaci di suscitare sana e sentita ammirazione. Noi, pensandoci un attimo, abbiamo tutto a disposizione per intraprendere questa scoperta. Spesso sappiamo anche come fare per iniziare una selezione fra fonti ordinarie famigliari affinché si possa avviare un riconoscimento tacito di buona informazione, che se usata a dovere porterà a fare delle osservazioni puntuali e collettivamente utili.

Abbiamo modo di definirci i figli di innumerevoli individui dotati di un’intelligenza, una sensibilità e un altruismo – qualità non da poco – che sono stati capaci di definire e costruire per noi una parete di “chiodi mentali” pronta per l’uso. Il punto è se -e con quali “vizi” formali vecchi chissà quanto – ci diamo la possibilità di riconoscerli come tali.

 

chiodi

 

Cosa stiamo vedendo in quest’immagine? Riconosciamo una parete, un giovane ragazzo abbastanza atletico intento nel scalarla, le pieghe di una maglietta che indicano il suo fare i conti con estenuanti sollecitazioni psico fisiche che collidono con  il contesto naturalistico abbastanza suggestivo e particolare evidente già da un primo sguardo.

Quali punti sottostanno a questa prima scrematura?

Probabilmente il fatto che questo ragazzo ha dovuto imparare a vincere i propri limiti, spinto a padroneggiare una tecnica sportiva, derivata anche da una maturazione personale legata alla costanza negli allenamenti e nella lotto contro la fatica e le iniziali frustrazioni dovute alla poca resistenza. Un ragazzo che si spinge sempre più in là, rappresentante di un’esperienza completa, capace di farlo sentire finalmente un “bravo” anticipatore e “amico” di quella parete con cui ha iniziato a dialogare.  Una rapida analogia, per quanto ci riguarda, alle fantastiche imprese, vere e proprie conquiste, del mitico Reinhold Messner capaci ancora oggi di perdurare nella storia, issandosi come pilastri di cristallo luminosi.

E se scaviamo ancora più a fondo, cosa troviamo?

Probabilmente fronteggiamo un’attesa paziente del nostro protagonista. Indizio di un lavoro sul capire qual’è potrebbe essere uno dei “periodo migliori” per iniziare la sua missione, che lo spinge a muoversi e ragionare nella progettazione del percorso che vorrebbe fare. L’adrenalina che inizia la sua corsa, il suo fluire per entrare in circolo e guidare i suoi arti, che si iniziano a usare e sentire in modo nuovo, irrorando oltre che i tessuti di sangue, i suoi occhi di forte e vera passione. Gli stessi occhi che ora osservano, da un punto abbastanza alto, quella parete a strapiombo. Sono in cerca dei chiodi…

Gli stessi che sono stati posizionati in quel preciso punto dai “migliori” arrampicatori del passato, o di un presente recente, che hanno intrapreso quel precorso prima di lui, scegliendo di sfidare i propri limiti  dandosi un unico e semplice obiettivo: scalare quella parete. Volevano questa possibilità, e hanno lavorato per la lor impresa. Hanno studiato tutto fino ai minimi dettagli. Ne hanno percorso a mente, chissà quante volte, il saliscendi entrando nei minimi dettagli. Il loro spazio si è esteso, con il tempo, fino alle  possibili fessure dove hanno scelto d’inserire, con abilità certosina, quei chiodi. I loro simboli di progressione verso la meta, frutto di un lento, duro, meraviglioso piacere.

E se noi fossimo i (potenziali) referenti, in altri termini, di questa operazione?

Da un’attenta osservazione dell’ambiente ce si ha come riferimento, è necessaria una cura degli aspetti metodologici che ne sono propri prima di spingersi alla pratica. Del resto è vero che se manca la tecnica e una conoscenza attenta, maturata, l’osservazione dell’ambiente e delle sue specifiche strutturali non serve poi a molto.

Se manca uno di questi aspetti, la nostra capacità di affrontare la parete può venir meno. Il rischio è di iniziare a tremare ancor prima di iniziare a mettere i piedi in quelle fessure. I muscoli che pensiamo di governare, e che sentivamo (in un territorio controllato) sotto controllo, non rispondo più ai nostri comandi. Il nostro volere non ha nessuna forza e si dimentica del punto in cui si è ora; lo vede sempre più appannato.

Il punto in cui ci troviamo e per cui dobbiamo passare per raggiungere l’obiettivo.

Oggi, così come negli ultimi secoli che sono stati segnati da conquiste e progresso, dal sapere fino alla tecnologia, tutti noi disponiamo di molti chiodi mentali a cui dedichiamo  attenzioni. Ma io mi chiederei che genere di qualità le contraddistingue…

La loro è sicuramente una presenza costante e imperturbabile, forse nascosta ai più su quelle pareti…dove proiettiamo e direzioniamo i nostri pensieri e il nostro appetito di sapere. Luoghi densi,  plasmati dal genio e da un’irrefrenabile curiosità che spesso non si china alle volontà di un approfondimento maturato, spazi per possibili avventure.

Spesso evitati e messi da parte da una sempre più mondana costante e preferenza per argomenti ed esperienze preconfezionate, lineari, dai confini visibili, poco complesse e avulse dal richiedere a colui che vi sta di fronte un tentativo di “piena” esperienza.

Ora immaginiamo di essere invitati a casa di un amico, conosciuto da poco e con cui condividiamo un “qualcosa” fra quelli che sono i suoi tanti interessi, o se vogliamo quelle che sono le sue abitudini caratterizzanti. Il tempo di un saluto e ci imbattiamo nella sua biblioteca postmoderna del soggiorno. Se non lì, sarà quella in fondo al corridoio, evidentemente artigianale (ereditata dal nonno magari) ben incastrata per non levare spazio al resto,  gemella di quella in camera da letto o in quel che resta per lo studio.

Insomma la libreria, sì proprio lei.  Fra una conversazione e l’altra non possiamo fare a meno di subirne l’attrazione, buttandoci costantemente l’occhio nella speranza di trovare un titolo noto, un genere letterario, degli aspetti famigliari su cui poter intessere un discorso di emergenza nel caso in cui la nostra conversazione perda di spessore. Sappiamo bene quale sia il rischio di accostare – a malvolere – al lato di un’autostrada relazionale percorsa senza avere a disposizione il nostro caro navigatore di emergenza. Fino al momento in cui ci rendiamo conto che l’errore è a monte. Perché se noi crediamo davvero di avere la piena padronanza di ogni singolo argomento che faccia parte della nostra biblioteca, quasi in automatico questo pensiero verrà riflesso sugli altri che ci sembra di conoscere e sull’idea che abbiamo (o che potremmo avere in seguito) di loro.

Poi quando ci accorgiamo che quella biblioteca, minimalista o densa che sia, non ci rivela poi molto rispetto a colui che abbiamo di fronte….Beh, lì è il momento in cui o ritentiamo la fortuna, provando a far domande generiche senza farci notare troppo o la terra inizia a tremare sul serio, e i nostri schemi categoriali a vacillare di rimando.

Possiamo pensare che forse quella sistemazione di pochi volumi in casa è frutto di un rapido trasferimento che porterà il nostro amico a organizzare una debita sistemazione per gli n volumi rimasti in garage a tempo debito, o magari che lui sia sensibile alla causa ecologica, evitando come può il fascino rappresentato da un libro stampato, o un appassionato di tecnologia che considera il tempo dedicato all’organizzazione di librerie tematiche sul suo Ipad un bel passatempo. In caso contrario, se ci troviamo ad avere  qualche capogiro per la quantità di volumi presenti dietro le sue spalle, possiamo pensare che negli ultimi decenni il nostro amico abbia dato il meglio di sé nell’acquistare con frequenza settimanale almeno tre titoli consigliati dal commesso della sua libreria di quartiere, per agevolare il rinnovo del suo contratto a tempo determinato (perché intanto sono diventati amici) e la ripresa della piccola imprenditoria editoriale italiana…

Tutto ciò diventa frutto di puro pensiero, scardinato dalla realtà dei fatti se non si impara a conoscere bene chi e cosa abbiamo di fronte lasciando che sia lui a raccontarci il significato e la genesi di quella libreria che ospita i preziosi testi.  Così come non è possibile avere la piena padronanza di una materia se prima non si è passati per un suo lento e progressivo esercizio.

Ritornando alla nostra parete da scalare, è la pratica che ci rende sempre più abili e flessibili nel momento in cui riusciamo a mettere (senza abbassare ogni volta lo sguardo per controllare ciò che si trova i nostri piedi)  la pianta destra su quel chiodo mentale di cui parlavamo prima lasciando che la sinistra la segua. Un alternarsi lento, ma costante, in cui si inizia a seguire un certo ritmo capace di scandire la respirazione e un nuovo equilibrio. All’inizio (ma anche durante) di ogni cosa che ci appare nuova e poco nota anche le minime difficoltà hanno il potere di farci tremare, sudare freddo, perdere la concentrazione e dubitare fino al midollo del suono interno emesso dal nostro carattere.

Quel chiodo è sempre un nostro strumento. Può anche non esserlo se noi non maturiamo e non arriviamo a sviluppare quella sensibile abilità nel riconoscerlo tale. Del resto, spetta alla nostra crescita e desiderio di cambiare il potersi concedere categorizzazioni più profonde, illuminanti e precise per interpretare le sembianze superficiali che ci circondano.

Agendo in questo modo, quei chiodi – da strumenti inerti e distanziati su uno strapiombo – diventano frutto di connessioni semantiche di valore. Parti e spazi grafici noi alla persona che impara ad usarli e a capire come poterli trasformare, tenendo di conto anche la parete in cui sono inseriti, e da cui non è possibile scardinarne la natura.

 

LH

 

 

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