Storytelling, a ritmo di sé

Oggi mi sono chiesta cosa significherebbe fare storytelling attraverso i social network.

Sì, sempre loro, gli strumenti alla portata di ogni (buon) comunicatore che sa prepararsi a raccontare qualcosa ad un pubblico variegato verso il quale desidera illustrare (e accompagnare) ciò che fa nella vita e soprattutto come dovrebbe distinguersi nel farlo.

Se vogliamo essere sinceri, mi trovate d’accordo sul fatto che siamo noi persone a fare la differenza, sempre e comunque, in qualsiasi lavoro ci permetta di ricorrere alle parole e ai linguaggi che sono capaci di prendere per mano e far uscire le nostre emozioni allo scoperto. Un atto che ci permette di far capire a chi abbiamo di fronte la nostra personalità, i nostri bisogni, le nostre paure e aspettative fino alla propria scala di valori. Basta pensare che il nostro nome è già di per sé una storia, unica, diversa e particolare.

Una storia che forse solo noi  possiamo capire fino in fondo, avendo la chiave di interpretazione per entrare in quei dettagli che non è semplice descrivere, richiedendo un tuffo nel profondo della coscienza e consapevolezza la cui potenza o meno dipende – molto spesso – dall’utilizzo e dalla definizione che noi stessi decidiamo di attribuirci.

Scriviamo, commentiamo i post altrui, leggiamo articoli che ci interessano, facciamo foto, condividiamo parte di quegli stessi articoli che ci sembrano significativi e che solleticano un qualche aspetto del nostro carattere e delle passioni che vogliamo comunicare in rete, per cercare di far conoscere al “resto” delle centinaia di contatti che abbiamo come amici ciò che facciamo, chi siamo e chi ci piacerebbe essere mostrando (e selezionando spesso in maniera eccessivamente “positiva”) l’insieme di contenuti che si avvicinano alle nostre passioni, attitudini, capacità personali e pensiero – più o meno complesso e maturo.

Spesso, nel fare tutte queste azioni, ricavando tempo da altro ben più importante dal punto di vista “utile”, “pratico” ed utilitaristico, ci dimentichiamo di fare una cosa che forse è prioritaria rispetto ad illustrare ciò che facciamo e quanto siamo felici nel farlo: il come e il perché lo facciamo. Nelle miriadi di cose che vediamo, e verso cui ci sembra di trovare delle affinità emotive (da qui l’uso eccessivo, illimitato, delle emoticon che ci danno la parvenza di aver dato quel qualcosa in più al commento che ci apprestiamo a mostrare, prima ancora di condividerne il senso apparente) sono in molti a vedere una quasi totale mancanza di contesto, il terreno prezioso dove il significato e gli intrecci del nostro racconto si formano e consolidano, organizzandosi in modo unico; univoco.

Un bravo storyteller lavora su questo aspetto continuamente. Punta sulla forza delle immagini, delle parole e del messaggio che sono già di per sé oggetto di conoscenza e senso compiuto. Non si cerca di offuscarne così il senso con la propria “sfera personale” se questa è incapace di metterne in luce gli aspetti formativi e di ricerca (critica, emotiva, riflessiva) per le persone – disinteressate o meno – verso cui il lavoro vuole direzionarsi.

Intraprendere un viaggio, verso i valori che possono far crescere e dare un peso ai discorsi personali, dando quella “giusta” velocità ai messaggi e ai valori collegati alle immagini, educando se stessi (e forse qualcuno dopo di noi) alla forza, alla potenza di un sentimento… è difficile. Queste due righe rappresentano il risultato di una consapevolezza maturata nel tempo, partendo da continui esperimenti, dove le parole vengono approfondite, interrogate, smontate, osservate per essere poi oggetto di una necessaria decostruzione a rimontarle in seguito. Un investimento che ripeto è difficile, portato avanti in pochi, ma che all’occhio attento del lettore risalta sempre e comunque.

Intraprendere il percorso di uno storytelling efficace non richiede solo di immaginare quali siano le possibilità e le modalità di comunicazione del proprio sé o delle storie che si vuole raccontare. Richiama, spesso, la necessità di porre fine a quella propria individualità che non aggiunge nulla all’oggetto che impegna, e spinge a trarne le specifiche. Saltando in lungo sui personalismi, e scegliendo di seguire le note alte del “cosa”, oltre che il “quando” e il “come”si delinea l’oggetto preso in considerazione.

writefree

Questa persona deve fare un salto di qualità. Da un territorio dove si comunica per ottenere un riscontro particolare (vicino a quelle che sono le proprie idee, bias, aspettative) che segue il proprio tono, linguaggio, vizio di mostrarsi in un determinato modo, la differenza sta nel mettere in piedi basi forti capaci di bussare ai sensi di coloro che sanno ancora permettersi un coinvolgimento esperienziale verso ciò che si racconta.

Avere consapevolezza della propria unicità è un compito molto difficile. Richiede di ammettere a se stessi quali sono i nostri punti deboli, prima di quelli che di solito si delineano come di “forza”. Chi impara a raccontarsi impara anche far entrare l’altro, guidandolo e aspettando che sia pronto, nell’atto di osservare con attenzione le “immagini” e i “confini” che le ne sono propri, facendone emergere la sottile complessità. Anche i gesti più semplici e banali diventano protagonisti e brillano di nuova luce, lungo il flusso continuo che guardiamo (forse) senza apprendere niente; o forse molto poco.

Comunicare qualcosa, anche tra le righe, significa mettere a disposizione – avanzando per tentativi ed errori – una parte di sapere che vuole essere condivisa, e che può essere riletta anche in virtù delle competenze, la storia e l’evoluzione di chi decide di far curiosare l’altro nella sua trama consapevole di essere vista.

Ma appunto per questo è necessario rimanere fedeli al compito dello storytelling: capace di andare oltre dei format che seguono il ricettario dell’essere “cool“, efficaci, generali e ritenuti a-priori comprensibili da tutti. Limitando la cognizione di coloro chiamati in causa a semplici risposte automatizzate e sensibili perlopiù a determinati input osservati in continuazione, memorizzai, testati e applicati – quasi – a oltranza. Condivisi da “tutti”.

Alcune volte per costruire un qualcosa che possa mettere l’accento su chi siamo, o di chi vorremmo essere, lontano dall’immagine e dai ruoli professionale che manteniamo lungo la maggior parte dell’arco della giornata, dobbiamo imparare ad essere plausibilmente discordanti dagli stereotipi o dalle “definizioni” definibili corrette che da fuori continuano ad avere a che fare con il nostro nome, idee e le nostre passioni.

Immagino che sia importante imparare ad avere cura della nostra identità personale, sollecitarla a tessere la sua  ricca trama, senza prediligere un aspetto tonale sull’altro. Abbiamo modo di usare mezzi diversi per renderla motivata a stendere quei nuovi scenari che illumineranno le esperienze forti, i limiti, e le storie capaci di aprire le porte a narrazione di sé che meritano di essere lette e meditate, senza ascoltare la perenne colonna sonora di un’alterità che orchestra nel noto sottofondo come dovremmo o dobbiamo essere, stabilendo regole e le relative aspettative che oggi evitano di farci lavorare sulle nostre differenze, con rispetto, rimandando l’atto di tracciare le opportunità adatte ai nostri limiti.

 

LH

 

 

 

 

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