Il male che sfuma la comunicazione

Una malattia che fa paura, e che spesso non viene capita e interrogata fino in fondo.

Del resto, sembra strano, ma è proprio ciò che la definisce, ovvero una mancanza progressiva della memoria e la diminuzione, spesso in sordina, delle capacità cognitive e del linguaggio a presentare e rafforzare il peso del silenzio.

La persona che accompagniamo e che pensiamo (grazie al ricordo e alle associazioni) di conoscere ci si mostra in quella che può essere la sua forza debole. Sa che qualcosa in lei non funziona, ma sorride. Anche se per poco tempo. Tanto basta a sopportare almeno due ore di attesa nello studiolo dell’esperto di turno, consigliato dall’amica d’infanzia o dal parente “importante”, quasi prescelto, che telefona solo in caso di disdette…multiple.

La paura di affrontare il verdetto finale, l’ansia e la stanchezza di passare per numerosi esami clinici e pareri medici ai quali si racconta (spesso provando a usare parole diverse, per indorare “quella” pillola che riguarda “quella” persona che ora non è più in lei, pur mantenendo lo stesso nome e cognome) la frustrazione di non essere più padroni della propria quotidianità, delle proprie riflessioni ed emozioni. Passando per dialoghi che riguardano il quotidiano e che appaiono sempre più sfumati, poveri di tonalità emotive e di parole, di lucida profondità.

Fino ad arrivare ad un momento, che assume i toni di un epifania, in cui colei che hai di fronte, non importa se fisicamente o a chilometri di distanza, ammette la presenza di quella mutua fresca familiarità; tenuta nascosta a coloro che pensavano di capirla.

L’orchestra di sguardi di pietà, parole amputate e commiserazione non ti è mai piaciuta. Me lo ricordo da quando tuo marito se ne è andato. Il tuo dolore si affinava nei giorni a seguire, lo capivo quando vedevo i tuoi occhi brillare, semi asciutti, mentre cucinavi per la sera. Ti eri abituata alle sue richieste quasi ascetiche di latte, qualche fetta d formaggio e del pane tostato. Per lui avevi addormentato il tu estro creativo, sublimandolo per le occasioni importanti in cui ho avuto la fortuna di partecipare; godendomi il pieno della tua forza mentre organizzavi i piatti che avevi deciso dal mattino, previo consulto con le tue amate sorelle.

Oggi tocca a te. Sembra strano ma è arrivato il tuo turno, in quella che è la ruota di una vita che – ai miei occhi – deve rendere avvincente la tua paura, l’orgoglio, la tua poca sincerità personale e latente confusione, arrivando con il fiatone alle linee di trincea in cui le sagome di realtà e immaginazione lasciano intravedere le proprie ombre.

La verità, sai qual è? la tua nuova condizione non è solo una malattia, è una sofferenza a lungo termine. Ci si può girare intorno, quanto e come vuole l’interessata…

Fatto sta che le riflessioni che la riguardano si stanno rafforzando, giorno dopo giorno, costruendo torri dalle anguste finestre, spesso murate, sulle paure per il domani, e per i momenti in cui provo a creare una vicinanza. Se penso a come definire o individuare un valido palliativo ai sospiri, che ogni tanto riescono a farsi sentire fra il ritmo cadenzato di flussi di coscienza e un umore altalenante, mi trovo di fronte ad un’evidente difficoltà.

Non so se questo suo essere intermittente possa definirsi una fortuna…

Molto probabilmente ha un buon margine per definirsi tale, almeno sotto certi aspetti. Tutto dipende dai piani che si deciderà di dichiarare validi e disponibili per far avviare una riflessione capace di mettere su un piatto d’argento cosa significhi, a livello personale, osservare e lasciar abitare in sé, e in noi, questo morbo.

Il punto su cui vorrei gettare luce è che non si soffre mai da soli. Chi ha passato giorni, mesi, anni fuori e dentro un ospedale (spesso anche mentale) lo sa. Il progetto di sopportazione riguarda e si rafforza con il tempo e la qualità delle emozioni che i famigliari, gli amici, i conoscenti decidono di dedicare per provare a rimanere vicino a un corpo che non è più padrone della sua mente e dei muscoli che pensava di conoscere.

Posso ritenermi fortunata a trovarmi di fronte ad una persona a me cara che crede davvero di essere più forte di tutto. Più coraggiosa del disagio e dell’insicurezza che il suo corpo mostra, ogni singolo momento. Di cui non so, appieno, se lei si stia rendendo conto.

Il racconto, a volte, sembra redimerla dalla sofferenza e scava un’apertura importante. Mi sembra che le permetta di respirare con cognizione di causa, di guardare le cose da fuori, di guadagnarsi il lusso di provare delle emozioni forti. L’effetto è momentaneo. Ovviamente, non potrebbe essere che tale. La realtà sa come farsi sentire.

Un attimo fugace che solleva me, e che forse fa sprofondare lei.

Lei, in questi momenti rari, sembra riuscire a issarsi una spanna oltre la sua poltrona imbottita per afferrare, con abile prepotenza, quel dolore mutevole che forse non ha ancora imparato a interrogare al meglio.

La scorsa volta il suo racconto ha scelto di scardinarsi dal linguaggio colorato che mi ha accompagnato per molto tempo, le cui note famigliari si associano ai ricordi d’infanzia. Ha abbandonato la corsia della comprensione per diventare sempre più pesante, intermittente, molle; forse soffocato da cumuli di dense e terrificanti placche amiloidi.

Riconosco che mi ha colta alla sprovvista. Di solito non accade, ma ho smesso di parlare per ascoltare in fondo e con il massimo dell’attenzione – provando ad accarezzare i sibili che mi sembrava di cogliere – la sua voce, e ciò che decideva di farne. Ora era lei ad avere il pieno controllo della scena. Prima lasciava a me questo onore, seppur da regista.

Io inerme, ma presente, di fronte alle sue rughe. Le ho contate a più livelli, come quelli della storia che vorrei ascoltare la prossima volta che mi troverò al loro cospetto, venendole a trovare per provare a capirne l’andamento. Il suo sviluppo progressivo.

La storia a cui – insieme – si proverà a dare una prospettiva, mediante un’interfaccia a più livelli. Il giudizio su una sua presunta “utilità” è rimandato. Lo è per quanto mi riguarda.

LH

 

 

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