Quali categorie?

I minuti della giornata seguono incessanti. Le situazioni si collegano da sottili ganci con immagini sovrapposte; spesso mescolate senza che i confini possano più definirsi.

Chi abita nelle grandi città è costantemente circondato da persone che osserva (a con cui diventa in automatico oggetto di conversazione) e che prova, tempo permettendo, a “inquadrare”, provando a capire chi si ha di fronte.

Del resto come evitare di dire che la propensione a cercare persone che ci sembrano interessanti è una vera e propria deformazione personale, un bisogno da cui è difficile prescindere. Il problema di fondo è che questo atto specifico potrebbe solo essere un tentativo d’interpretazione. Il nostro cervello, assediato dai pensieri che provengono da contesti ambientali in cui ci destreggiamo durante la giornata, e che non sempre riteniamo autentici, è abituato all’imprevedibile. Deve trovare soluzioni efficienti (con il minimo dispendio energetico e di risorse) ed efficaci (da palesarsi in tempi brevi) nel regno di un caos che lascia davvero poco margine di esistenza al prevedibile…

Così passiamo (anche) le nostre giornate, impegnati nel tentativo di dare senso a quanto ci circonda; e affolla.

La nostra strategia? Ricorriamo a ciò che riteniamo le nostre armi, l’utile prezioso e ciò che ci permette di vedere: il pensiero, la selezione, l’ottimizzazione, l’organizzazione e la decrittazione dei meccanismi che sono alla base dei concetti a cui fanno capo le nostre azioni. Li riteniamo capaci di condurci a fare il punto sul diverso parterre di situazioni stereotipate, generali e persino un po’ astratte. Iniziamo col dire che, all’inizio, qualsiasi situazione concreta ha delle componenti capaci di renderla tale al nostro giudizio. Nulla è separato e i punti di connessione diventano a noi ben chiari. Da qui partiamo per costruire, giorno dopo giorno e anno dopo anno, quei punti di connessione capaci di condurci a collegare delle situazioni da cui si origina la nostra “struttura mentale”.

Il punto è che ogni categoria (o concetto) deriva da una lunga serie di analogie spontanee che danno origine – a loro volta – alla categorizzazione degli elementi che definiscono quella specifica situazione che ora ci fa perdere tempo; ci tiene per mano contro la nostra volontà. La sua affermazione si è costruita nel tempo, spesso silenziosamente.

Le analogie che prendono vita da un nuovo stimolo percepito e una categoria mentale che inquadra un solo elemento (lo sguardo del nostro animale domestico, ad esempio) non sono poi così diverse da analogie create da uno stimolo percepito (come potrebbe essere lo sguardo di un cane lungo la nostra strada, se possiamo incrociarne la profondità) e una categoria mentale altamente sviluppata che racchiude numerose analogie (le sensazioni che lo sguardo –  profondo, cupo, agitato, colorato – di diversa provenienza può indurre e/o far derivare dal contesto in cui siamo immersi).

Ci sono dei meccanismi che ci permettono di collegare le situazioni apparentemente astratte. Dietro le quinte delle “cose” che fanno parte del nostro ordinario – e che all’apparenza sembrano semplici e tacite – elaborati processi cognitivi hanno modo di trovare dimora, insediarsi e rafforzare la propria origine da categorie raffinate, complesse ed inquietanti perché non sempre è facile inquadrarne quelle che sono le diverse sfumature di fondo. Siamo in grado di fare delle analogie, fra un concetto e l’altro, perché i concetti hanno per noi una struttura. Seguiamo le analogie che fanno parte della nostra conoscenza maturata fino a quel momento, richiamando alla memoria il modo in cui quella parola ci si è presentata e gli aspetti che ha seguito per vestirsi di significato. Procediamo, passo dopo passo, fra le considerazioni che ci permettono di delineare immagini chiare a partire dai “nodi” che riusciamo a mettere a fuoco.

Del resto, è anche giusto riconoscere che molti concetti, dai più impegnativi ai più modesti, si caratterizzano per il fatto di essere nascosti alla nostra vista. Cos’è allora che potrebbe renderne possibile lo “spacchettamento” su vari livelli di profondità?

Questa domanda è tutt’altro che banale o semplice. Parto col riconoscere che l’immagine che do ad una “catena” di concetti si avvale dei collegamenti che si strutturano, seguendo delle procedure che non sempre mantengono con loro un’andatura dipendente. Molti di essi si rivelano poi essere fluidi, sottili, di forte o minore impatto rispetto all’idea madre da cui si delineano e a cui sono comunemente collegate.

Ad esempio nella scienza, una nuova idea dipende – molto spesso – da ciò che la precede ma nel contempo si avvale della capacità di gettare una nuova luce (più profonda) sui contenuti che ne definivano le specifiche originarie. La meccanica relativistica e quantistica sono figlie della meccanica classica e ne hanno permesso una migliore definizione e comprensione. La stessa cosa può dirsi vera per i concetti che riguardano la vita di tutti i giorni che pur mantenendo una certa dipendenza con quanto presente in un momento precedente non sono rigidi perché cambiano l’insieme di elementi da cui traggono origine. Ma il punto che mi interessa evidenziare è che se le scienze esatte (fisica, matematica, informatica, biologia) sono contesti in cui ogni cosa è definita secondo stretti vincoli e dipendenze, i concetti che fanno parte della sfera personale e che riguardano la propria esperienza, emotività e personalità non è sempre chiaro che strada prendano, incamminandosi lungo repertori concettuali mutevoli.

Le aggregazioni a cui siamo chiamati a dare un certo ordine, mentale se vogliamo, vanno di pari passo con il nostro perfezionamento concettuale che ci richiede di scalfire la superficie di questioni – apparentemente – uguali o molto simili.

Le transizioni sono – molto probabilmente – la cosa più difficile da fare, perché richiamano un atto intenzionale, che va ben oltre la ragione. Richiama anche quella che è la nostra fisicità, la nostra capacità di voler dare una direzione alle cose che ci aspettiamo di conoscere e che non vogliamo tagliare via perché garanti di un potenziale in cui crediamo. Nonostante le numerose domande e i continui dubbi più che legittimi.

Un singolo elemento che riconosciamo famigliare può essere parte di migliaia di categorie, molto diverse una dall’altra. Del resto, come evitare di dire che buona parte della nostra vita mentale ci chiama a (ri)collocarli fra i gradoni della memoria e nuova consapevolezza.

Ed ecco come le categorie che riguardano i nostri pensieri e le nostre esperienze sono elusive, fugaci, spesso sfocate. Possiamo avere impressioni abbastanza chiare e precise  ma l’idea di potervi applicare dei confini invalicabili e netti può far sorridere molti….

A buon ragione 😊

 

LH

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