Problem Solving

Forse è vero che per i ragazzi (e non solo) una grande scoperta risolve un grande problema, ma c’è una briciola di scoperta in ogni problema.

Oggi è necessario che i ragazzi possano imparare a rivalutare il proprio ruolo attivo, sviluppando un corpus di conoscenze che permetta loro di costruirsi e alimentare quell’intimo e necessario piacere alla scoperta per nuove forme di ragionamento. Un atto capace di plasmarsi – giorno dopo giorno – a partire dai loro ritmi, tempi di maturazione e sviluppo di interessi.

I ragazzi fanno tesoro delle risposte solo se si scontrano (in maniera autonoma) con le domande. Per questo rivalutare il momento dedicato allo sviluppo e all’accettazione delle loro curiosità è fondamentale.

Anche se l’ansia di finire un particolare “programma”  è grande, anche se la stanchezza e le delusioni personali sono dietro l’angolo, anche se il collega (o chi al suo posto è il termine di paragone) è stato considerato migliore di te.

Coloro che comprendono il significato di questa sfida sanno bene che l’apprendimento dei ragazzi è ciò che conta, in primis, al di sopra di ogni cosa e vincolo.

Ad essere dei “visionari”, che provano ad andare ben oltre le proprie convinzioni e abitudini di insegnamento, si impara anche a partire da ciò che non si vuole diventare. Qual è il loro obiettivo principale? probabilmente sviluppare l’arte di convalidare e trasferire  “quella” traccia capace di dimostrarsi solida, feconda, stabile sul lungo periodo.

L’esercito di coloro che sono responsabile di insegnare ad avere pazienza, la deve avere a sua volta, perché essa è parte della missione. Un punto fondamentale e necessario aè l’aver maturato quella sensibilità necessaria ad abbracciare possibili e grandi difficoltà personali, fra cui la volontà di ascoltare i propri ragazzi. Continuamente, senza scuse.
Bisogna evitare di trascinarli sulla via che si pensa già da principio logica e “ottimale” per risolvere un problema.
Perché? se si cerca di capire qual è la loro propensione ad apprendere i contenuti, il “ritaglio” della lezione e la consecutio associativa che ne deriverà nell’immediato, porterà quei contenuti “esatti” ad essere per loro una possibilità reale di conoscenza.
Noto sempre più spesso un’ossessione per i nomi, che se a tratti sa di pedanteria inutile, a volte assume i contorni di un vero e proprio vizio, che pone pesanti limiti allo scopo che muove la materia. E che dovrebbe muovere la ragione di chi ne è responsabile.
Un conto è il rigore di sostanza. Questo merita di essere mantenuto, guai a discuterne!
Mi viene in mente il momento in cui ero in ascolto delle varie lezioni sul  ‘se e solo se’, la ‘condizione necessaria e sufficiente’, seguendo il flusso degli esempi che rendevano protagoniste le ‘frasi ambigue’ durante le ore di matematica, ostacolo per la comprensione dalle frasi che già di per se erano caratterizzanti.
Così come l’atto di stabilire un contatto ravvicinato per il rigore di forma, necessario ad abituare i ragazzi ad una forma mentis capace di veicolare i contenuti in modo diretto e chiaro.
Ma altro conto è, per certi versi, la pedanteria inutile che si osserva in alcune occasione durante i compiti delle materie scientifiche che portano il rigore a toccare il fondo dell’inutilità, arrecando un danno ai giovani che ne avrebbero bisogno per gestire al meglio il momento della loro ricerca, scoperta, forte e dinamica passione!
Elaborare le lezioni di matematica e scienze partendo dalle relazioni presenti, provando a sottolineare agli allievi come il corpus che stanno studiando sia un insieme unitario, oggetto di relazioni e vincoli, ricco di elementi significativi ed interessanti non è solo una possibilità utopica, dovrebbe essere un desiderio che si manifesta in maniera pianificata.
Si dovrebbe sempre dare un significato alle lezioni, rendendole interattive, scardinando i pericolosi automatismi che minano il ragionamento concreto, fra generalizzazione ed esemplificazione, scivolando sul continuo pendolo dell’astratto e del concreto.
Spesso i bambini delle elementari provano a dare delle risposte ai problemi di natura scientifica che sono loro presentati, e riescono a mettere in piedi delle vere e proprie argomentazioni. Lontano da quanto accade negli anni successivi, dove i ragazzi sono spinti a dare risposte perlopiù automatiche ai problemi che si trovano di fronte, mettendo il ragionamento e la propria curiosità da un lato, pensando che questa li aspetti all’infinito.
Il problema è che l’automatismo produce un apprendimento privo di significati.
Ai ragazzi devono essere forniti gli strumenti e gli esercizi capaci di andare ben oltre il semplice e continuo addestramento alla tecnica, perché è proprio questa che se mal gestita li avvicina a sviluppare quel terribile “ritorno dell’uguale” all’automatismo.
Nel corso delle lezioni essi dovrebbero sondare anche quella che viene solitamente definita risoluzione di casi studio reali (case studies) , osservabili al di fuori delle mura scolastiche, che fa parte delle attività che svolgono nel loro tempo libero, e che sono collegabili alla loro età (e al linguaggio che ne è proprio) e sviluppo cognitivo.
Quali sono quindi i punti nodali da evidenziare in un problema “vero”?
Innanzitutto che non ci sono ricette per sbrogliarne le trame e gli intrecci. Non è confortante, lo so. Lo posso capire bene. Per ogni punto ritenuto fondamentale ci possono essere diverse strade per risolverlo.
Quella che si riterrà poi la soluzione esatta potrebbe mettere in luce nuove domande, che saranno poi (incrociando le dita) oggetto di curiosità o interesse futuro per i ragazzi.
Questo processo è lungo e per nulla lineare, ma ben capace di tessere un filo immaginario con quanto appreso prima, articolandosi a partire dalla volontà individuale del ragazzi che, percorrendo questa strada in salita impano ad affinarsi, a diventare abili e capaci, desiderosi di sviluppare una resilienza capace di mantenersi luminosa per anni.
Ogni insegnamento dovrebbe essere calibrato per loro, gli unici protagonisti dei processi che sono stati messi a punto per far acquisire la capacità di ordinare, riconoscere e rappresentare i dati, saper osservare la realtà per potercisi riconoscere, trovare le corrette relazioni fra oggetti e grandezze, comprendere regolarità, differenze, invarianze e modificazioni…
Non è forse vero che le scienze, la logica e la matematica servono a comprendere il mondo che si ha di fronte? provando ad interpretarlo in modo corretto, intervenendo in modo razionale proprio quando si è chiamati a prendersi la responsibilità di un’azione…
Alcune volte per raggiungere un obiettivo è necessario rallentare.
Ognuno ha i  propri tempi.
La volontà di mettere il piede su un ipotetico acceleratore porta i ragazzi a svuotare il significato della ricerca e della comprensione, gareggiando per un podio dove spesso chi riesce a raggiungere il voto più alto diventa un simbolo.  La sua presunta superiorità cognitiva rispetto ai compagni offusca tutto il resto, inclusa la sua personalità.
Mi permetto di condividere la mia opinione personale a riguardo, conscia di essere un’eccezione: se ne avevo il modo e il tempo, ho sempre preferito andare in profondità.
Scavare, prendermi del tempo per riflettere, per cercare, e ragionare sulle relazioni e i vincoli che definiscono ciò che comunemente viene definito “complessità” elementare.
Il problema è che per assumermi la libertà di interpretare e capire come mediare i contenuti che avevo di fronte sono entrata in un percorso che non era esente da difficoltà. L’ordine predefinito dei contenuti levava continuamente spazio alla dimensione della scoperta, del confronto e del ragionamento sulla differenza che può essere oggetto di nuove e continue interrogazioni.
Esponeva a critiche continue, spesso debilitanti e non esenti da sensi di colpa.
Concludo, lasciando aperta una riflessione che richiama l’importanza di scegliere, di elaborare contenuti avendo chiaro il contesto in cui le azioni prendono forma e di capire quali sono le forme che si desidera ottenere con il proprio impegno e ruolo professionale.
Essere autentici quindi, trasmettere e trasferire conoscenze affrontando i muri che ci si trova continuamente di fronte e facendo i conti con quelli che sono i nostri “muri” interni, i propri limiti, per provare a fornire ai nostri interlocutori dei principi etici oltre a dei contenuti esatti, finiti, performanti, preformattati.
LH

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