Sperimentare la diversità, per una nuova idea di sostenibilità agricola

Ultimamente si è osservato (e dimostrato scientificamente) che il campo agricolo di una fattoria, se viene lasciato libero, è capace di sviluppare autonomamente le proprie difese naturali. Riesce a far crescere una varietà di piante capace di essere infestata da un minor numero di parassiti, rispetto ai campi dediti alle monoculture.

Gli scienziati e gli agricoltori avevano notato questa “tendenza naturale” per anni, ma era poco nota la ragione scientifica alla base; difficile da rilevare senza l’elaborazione di uno studio programmato.

Oggi quest’ultimo è diventato una realtà scientifica, e si spera possa creare una fessura nel panorama disciplinare che fa capo ai principi della sostenibilità ambientale.

Lo studio, è stato elaborato e condotto dalla University of California di Davis. Pubblicato  il 12 Ottobre sulla rivista Nature, spiega il come gran parte dell’immunità naturale delle piante libere di crescere (senza ricorso a pesticidi e insetticidi) sia legata alle esigenze nutrizionali degli insetti…

Se ciò è vero per quale motivo – durante gli ultimi secoli – il ricorso alla fitochimica da parte delle aziende agricole e industrie alimentari è triplicato?

“Il livello di nutrienti che gli insetti desiderano per vivere deve essere costante”  ha affermato William Wetzel, lo studente di dottorato in biologia delle popolazioni co responsabile dello studio, e attualmente professore associato alla Michigan State University. ” Ma quando questo livello dei nutrienti diventa troppo alto o troppo basso per gli insetti, essi possono perire creando un minore danno alle colture vegetali”.

Ed eccoci arrivati al problema delle monocolture. Wetzel ha riconosciuto che se un insetto inizia ad amare un determinato tipo di raccolto, significa che ha a disposizione una buona fonte  – e quantità di cibo – da cui poter attingere. Al contrario, un campo composto da una grande varietà di piante (progettato secondo i principi della biodiversità animale e vegetale) impedisce agli insetti di ottenere i nutrienti di cui hanno bisogno per sopravvivere e riprodursi in modo ottimale.

” Immaginiate che la monocoltura sia un buffet in cui ogni piatto risulta delizioso, dove i fortunati commensali siano gli insetti “, ha detto Wetzel, ricordandoci che “la variabilità in un raccolto è fonte di diversificazione per questo buffet. Poiché alternati ai piatti deliziosi, ci sono pietanze poco appetibili per gli insetti affamati, e futuri “intossicati” sul lungo termine”.

Il problema di fondo, su cui l’universo agronomico e biologico si concentra da anni, riguarda le piccole aziende agricole sparse in tutto il mondo dove le monocolture vanno per la maggiore. L’alternanza di coltivazioni, piante vegetali, sistemi di concimazione e così via, dovrebbe essere un must per gli imprenditori. Ma fatto sta che quasi tutte le piante sono allevate su questi terreni per “sembrare” identiche. Ne va degli standard di produzione e di vendita alle catene della distribuzione alimentare. del resto non meraviglia la poca apertura del consumatore abituale per un’eventuale “diversità” di calibro e/o colorazione del prodotto.

Lo studio della University of California suggerisce, secondo Wetzel, di introdurre nei campi, piante aventi una “miscela” di genotipi (appartenenti però alla stessa specie coltivata) in grado di offrire agli insetti diversi livelli di nutrienti…

A che pro? E gli insetti che parte hanno in questa storia?

In termini pratici dovete immaginare che le parti della pianta più ampiamente sviluppate e ricche di amido e vitamine (come la spiga o la testa dei broccoli) potrebbero mostrare gli stessi livelli nutrizionali di prima; ma le parti della pianta che gli insetti mangiano di solito, come ad esempio le foglie, potrebbero variare. Facendo così variare la loro “appetibilità” per le specie parassitarie. Ed è questa precisa e radicale differenza che consentirebbe la graduale e controllata introduzione di “nuove specie” vegetali per le coltivazioni alimentari, capaci di controllare lo sviluppo degli insetti e parassiti dannosi.

A sostegno del suo studio, Wetzel ha sottolineato che questo genere di inbreeding (ovvero la produzione di nuove specie a partire da un patrimonio genetico simile) fra le piante per creare un nuovo genotipo è già stato ampiamente testato in alcuni campi di riso e grano per ridurre la diffusione di malattie e problemi di infestazioni legate a specifici tipi di parassiti.

“Finora non si è visto un impegno tale da essere realmente capace di ottenere una riduzione degli insetti nocivi alle piante”, ha confermato Wetzel. “Ma siamo perfettamente in grado di controllare la produzione di nuovi tipi di piante, a partire da quelle già esistenti note per il loro patrimonio genetico; ora non ci resta che usare queste tecniche per il controllo gli insetti” conclude al termine della conferenza mediatica.

Nel corso dello studio sperimentale William Wetzel e il team di ricercatori della University of California hanno esaminato 53 specie di insetti – per lo più bruchi, cavallette, coleotteri, afidi e mosche. E sulla base dei dati raccolti per calcolare quale impatto abbia la diversità vegetale sulla vita e riproduzione degli insetti erbivori hanno applicato la legge matematica chiamata disuguaglianza di Jensen  per cui l’avversione al rischio viene dimostrata dalla concavità derivata dalla funzione di utilità.
Infatti il grado di curvatura della funzione di utilità può determinare quale sia la reale percentuale di riproducibilità degli insetti, misurabile sia in modo assoluto sia in modo relativo alla diversità vegetale. Essendo quest’ultima introdotta gradualmente nei campi agricoli oggetto di questo studio.

Per futuri aggiornamenti sull’argomento, è possibile seguire la pagina web dello scienziato americano: https://wetzellab.com/research/

Published by

Lisa Halfon

Deeply passionate in Technology, GeoPhysics, Biology, Science Communication and Life Development. In my blog I write what tickle my mind and may have a public impact

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